CALABRIAINARMI

 " PER LA PATRIA!"

 

IL PROCESSO DI CATANZARO DEL 1823

 

 

 

 
 

  A Rossella,

Dino e Pierluigi Pascali

 Conclusasi definitivamente l’era napoleonica con la sconfitta di Waterloo (giugno 1815), i rappresentanti dei principali stati europei, in un’atmosfera sfarzosa come non mai, si riunirono a Vienna per dare una sistemazione politico-territoriale all’Europa e decidere le sorti dei popoli.

Il Congresso già iniziato nel novembre del 1814 e poi interrotto per i Cento giorni dell’Imperatore riportò in solio i legittimi sovrani spodestati da Napoleone e creò quell’equilibrio perché non si ripetessero egemonie di Stati a danno di altri. Non fu preso in considerazione il principio di nazionalità.

Iniziava quindi l’epoca della Restaurazione e il completo ritorno al passato per ridare l’ordine sconvolto dalle idee rivoluzionarie. La penisola italiana tornò ad essere frammentata e s’intensificò il potere austriaco attraverso legami di dinastie e di alleanze con i vari monarchi.

Nel regno di Napoli ricomparve la casata borbonica nella persona di Ferdinando IV che assunse il titolo di Ferdinando I, re delle due Sicilie. Favorevoli alla restaurazione, quindi ai modi di governo dell’ancien regime furono i ricchi aristocratici e borghesi e l’alto clero conservatore che di prepotenza rafforzavano i loro privilegi, contrari innanzitutto gli intellettuali e i professionisti nutriti di ideali di libertà e di giustizia e ancora tutti coloro che col codice napoleonico avevano approvato l’abolizione del feudalesimo, l’introduzione equa delle imposte fondiarie e una riforma scolastica meno elitaria.

La Calabria, come tutto il Meridione, era in un intreccio di contraddizioni. La legge del 2 agosto 1806 relativa all’eversione della feudalità sebbene avesse eliminato abusi e soprusi legalizzati riconoscendo la sovranità dello Stato, aveva fatto sì che i proprietari pleno iure amministrassero le loro terre in autonomia lasciando così la situazione socio-economica preesistente. Alla Mongiana le ferriere regie rappresentavano il prototipo di una vera fabbrica, i Barracco e i Compagna erano tra i più ricchi del regno con migliaia di capi di bestiame e i De Nobili, baroni di Simeri, con Emmanuele, gran ciambellano del Murat, avendo comprato il 40% degli immobili della Chiesa tra cui la grangia di Sant’Anna (1363 tomolate di terra) 60 fondi e 25 predi urbani avevano ampliato il latifondo.

Il popolo minuto, o meglio popolazzo, viveva nella piena miseria: i contadini e ancor di più i braccianti erano esclusi di fatto da tutti i diritti umani e giuridici.

La scarsezza di mano d’opera spingeva a flussi la migrazione interna; agli inizi dell’estate schiere di “metituri” dai paesi della Presila cosentina, dell’Aspromonte e dell’entroterra soveratese, si versavano nei granai del Marchesato. La pendolarità si stabilizzò in seguito alla diffusione della malaria: i mandriani per la transumanza per non scendere sul litorale paludoso sostavano in bassa collina in villaggi di pagliai. In città a molti mancava l’essenziale e si sopravviveva di sottoccupazione in una realtà igienico-sanitaria priva di norme, tanto per fare un esempio lo spiazzo della Vallotta a Catanzaro era un ricettacolo di acque torbide che davano origine a stagni putridi abitati da serpi e rane e la condizione era così continua che si tramandò scorresse un ruscello dovuto, forse, anche all’affiorare di acque sotterranee.

La viabilità della regione si limitava alla strada Napoli-Reggio Calabria che impiegava dodici giorni di viaggio, da Catanzaro dieci e si partiva da Tiriolo (Settembrini), da Cosenza otto.

Il riassetto borbonico mirò principalmente a consolidare una politica di assolutismo sotto gli occhi indifferenti e rassegnati delle masse che si adattavano all’alternarsi delle dominazioni. Furono apportate modifiche amministrative: le circoscrizioni passarono da due a tre: Calabria Citra con capitale Cosenza; Calabria Ultra I con Reggio e Calabria Ultra II con Catanzaro. Monteleone (Vibo), già la prima città della Calabria fu depauperata degli uffici più importanti. Ai Conciliatori, ai giudici di circondario e ai tribunali fu affidata la giustizia civile. Per la legge organica del 29 maggio 1817 le Corti d’Appello furono definite Grandi Corti Civili e nel regno furono fissate ad Aquila, Trani e Catanzaro, città quest’ultima già scelta da Murat il 29 maggio 1809 per accogliere l’Appello dei Tribunali delle altre province della regione. Una Gran Corte Criminale fu istituita in ogni città.

Nonostante la disapprovazione di alcuni ministri, furono fatte concessioni importanti alla Chiesa col concordato del 16 febbraio 1818 e alla Corte e ai Circoli finanziari ad essa legati nel campo fiscale e doganale. Si aprirono conventi a Taverna, Pizzo, Altomonte, Polistena, Filadelfia, Tropea, Sambiase. Il Codice civile del marzo 1819 appoggiò il potere della Chiesa con l’abolizione del divorzio, la non validità del matrimonio non consacrato secondo le normative ecclesiastiche.

In questo clima stantìo non pochi giovani avvertivano il malcontento: alcuni perché arruolati nell’esercito regio, altri per motivi di studio presso l’Università di Napoli, fucina di nuove idee, si facevano divulgatori della loro fede politica. Si formavano così le prime società segrete. Furono proprio alcuni calabresi come Michele Morelli di Monteleone e i fratelli Pepe di Squillace a promuovere la prima insurrezione (1821) di un reparto di cavalleria che indusse il sovrano, figura ambigua a concedere la costituzione sul modello di quella spagnola del 1812 che pur lasciando il potere esecutivo nelle mani del re, ribadiva che la sovranità spettasse alla nazione per mezzo del Parlamento. L’esperienza fu di breve durata e, per trenta rivoltosi, tra cui lo stesso Morelli fu allestita la forca in piazza Mercato a Napoli. Le divisioni all’interno delle forze rivoluzionarie ne avevano affrettato la fine. La Sicilia, su insistenza dei nobili si rifaceva alla Carta del Commissario Bentink che le garantiva carattere oligarchico e conservatore.

Alle crudeli pene inflitte dal re e alimentate dall’allora Ministro della Polizia Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, fatto esiliare su pressioni dell’Austria e della Russia e, nel corso degli anni di matrimonio dall’influenza della regina consorte Maria Carolina, già morta nel 1814, si aggiungeva l’enciclica pontificia che esonerava i sacerdoti dal segreto di confessione qualora si fosse trattato di riferire alla Polizia nomi e luoghi d’appartenenza ad associazioni clandestine. Un modo ignobile di portare avanti le indagini che delusero molti cattolici passati poi ad altre congreghe cristiane.

La Carboneria, secondo lo studioso inglese Billington, era stata importata nell’Italia meridionale dagli ex militari napoleonici che si rifacevano alla società dei Charbonniers. Gli adepti si incontravano nei boschi all’aperto e ognuno portava con sè una scheggia di legno da trasformarsi in carbone. Era simbolico l’albero dalle lunghe radici e i rami (le sette) ricchi di foglie (la fratellanza) e ancora la scala di legno (ascesa dell’uomo a Dio) e i fasci dell’antica Roma (l’unione).

In Italia la setta si basò su valori e sentimenti che caratterizzarono il Risorgimento: combatté per la Costituzione e la cacciata dello straniero senza auspicare ad un’unità nazionale. La sua peculiarità nel sud fu quella di avere iscritti provenienti da ogni ceto sociale, dai nobili ai proprietari, agli intellettuali, ai sacerdoti, ai ceti medi, ai contadini, ai servi.

La prima società segreta in Calabria era sorta ad Altilia (CS) nel 1811 per opera del medico condotto Gabriele De Gotti, le altre si erano via via diffondendo a San Mango, a Conflenti con i Folino, Villella, a Dipignano, a Cortale con i Cefaly (il padre del pittore Domenico era stato consigliere distrettuale di Murat), a Mesoraca con i Carelli e La Rosa, a Maida con il circolo dei Filadelfi, a Squillace, a Stalettì con Aracri, Riga e Piccinnè, a Girifalco con un ramo della famiglia Migliaccio, a Borgia con i Cospiratori, a Cropani con il titolo Campo Europeo.

A Catanzaro si delineavano le varie tendenze di parte. Si dichiaravano filo borbonici i nobili agrari tra i quali a Marincola Cattaneo, i Mottola d’Amato, i De Cumis, i Le Piane, gli Scoglio, ad essi si contrapponevano liberali come i De Nobili, Marincola Politi, Marincola San Floro, Schipani, De Riso (insigniti prima baroni e poi marchesi dalla stessa casa regnante), i Bianchi, gli Opipari, i Pascali, i Veraldi, i Manfredi e molti della maestranza cittadina. Legittimisti e quindi fautori dello stretto legame tra assolutismo monarchico e il potere religioso si dichiaravano i Felicetti, i Pugliatti, i Pugliese, i Ferragina. In alcuni paesi della provincia si respirava aria di sommossa, a Stalettì si piantava l’albero della libertà (1° luglio 1821), a Gimigliano si metteva a fuoco la casa del Giudice Regio (6 luglio 1821), nel capoluogo, nel convento della Stella erano stati rinvenuti dagli operai durante i lavori di restauro (1818) i simboli della Carboneria i cui proseliti erano soliti riunirsi al buio nel rione delle Case Arse presso la casa di Luigi Varano (custode del Catechismo e dei simboli della setta) coadiuvato da un monaco sfratato, un certo Baldini. Nei pressi in un frantoio, di notte, si riuniva la vendita di Giovanni Scalfaro che spesso travestito da monaco di cerca diffondeva il suo credo politico tra Feroleto e Sambiase.

L’8 giugno 1822 il G.I. del distretto di Nicastro informava il Regio procuratore generale presso la Corte Criminale di Calabria Ultra II di voci di un’imminente sommossa. Il 18 dello stesso mese il R.G. di Martirano comunicava al Sotto Intendente di Nicastro che la volontà della rivolta gli era stata confidata da Giovambattista De Gattis di Martirano. È da precisare che il De Gattis mirava a colpire ingiustamente gli abitanti di San Mango che esercitavano diritti civici sui territori limitrofi a fondi di sua proprietà estorti al legittimo intestatario, il duca di Laurito. Infatti il malvagio in data 12 luglio 1822 confessava che da una persona degna di fede aveva sentito che nelle città di Catanzaro e Cosenza e in altri luoghi della regione sarebbe seguita una rivolta finalizzata ad assassinare le persone attaccate al sovrano, a liberare i detenuti dalle prigioni e a proclamare un nuovo governo. La cospirazione sarebbe stata formata da uomini facinorosi abbandonati ad ogni forma di vizio lusingati di costruirsi una nuova vita. Così menzionava Raimondo La Rosa di Mesoraca e Michele Orlando i quali fuggiti su due muli erano stati visti dirigersi per diffondere il programma rivoluzionario.

Il 13 luglio il Sotto Intendente di Calabria Ultra II G. De Maio informava di aver ricevuto l’ordine dall’Intendente di arrestare Michele Orlando, Francesco Monaco di Dipignano e Pasquale Rossi di Tessano (frazione di Dipignano). Si voleva incastrare Francesco Monaco considerato l’intermediario fra le due province.

Il 26 settembre 1822 a Giuseppe Ventromilo, cancelliere della Regia Giustizia del Circondario di Nicastro, il detenuto Michele Orlando dichiarava che da Francesco Monaco era stato informato che in casa Angotti si era fondata una setta intitolata I Cavallieri Europei Riformati. Orlando aggiungeva di essere stato iscritto alla Carboneria nell’anno 1820 nel tempo in cui vigeva la Costituzione davanti al Gran Maestro Raffaele Poerio; al primo assistente Ignazio Pericciuoli, al tesoriere Gennaro Paone, al segretario Antonio Pollenzi.

Circa la fine di febbraio dell’anno successivo si era ritrovato ancora a Catanzaro in casa di Giovanni Scalfaro alla presenza di Daniele Manfredini, Raffaele Elia, Antonio Tucci. In quella circostanza il padrone di casa lesse il programma della nuova società segreta dei Cavallieri Riformati. L’atto del giuramento venne declamato con grande ardore da Raffaele Bilotti che invitò lo stesso Orlando quale iniziato a seguire il rito cacciandosi sangue dalla mammella sinistra, atto non compiuto perché disapprovato dagli astanti. Non furono pronunciati giuramenti se non le parole: Filo – Mene – Tebe. Giuseppe Veraldi di Taverna, già maggiore della Legione ai tempi della Costituzione ne era il Gran Maestro.

E così Michele Orlando, ferraro, prima  settaro col grado di Gran Maestro aveva ceduto, allettato da 200 ducati, alle lusinghe del De Gattis sulle cui terre lavorava il proprio padre Tommaso.

Il 23 maggio 1822 ricevevano mandati d’arresto Antonio Angotti, Antonio Maria, Giuseppe Muraca, Gaetano Talotta, Francesco Monaco, Pasquale Rossi, Giuseppe Salsano, Antonio Tucci, Raimondo La Rosa col suo garzone Lorenzo Spinelli, Daniele Lanfreducci, Raffaele Bilotti. (Archivio di Stato. Processi Politici Busta 2 fascicoli 3 – 4).

Si creavano così le prove dei rapporti tra le due province.

Venivano rimpiazzati gli Intendenti. A Catanzaro giungeva il Conte Ferdinando Cito di Torrecurso al posto del marchese Arena Caracciolo, a Reggio il principe Ruffo della Motta, a Cosenza Francesco Nicola De Mattheis il quale fece di tutto per avere le redini dell’istruttoria su tutto il territorio in riferimento alle cospirazioni contro il governo.

Raffaele Poerio rientrato da Napoli, nella casa di Giovanni Scalfaro alla presenza dei più arditi carbonari aveva parlato di una prossima sommossa allargata dai patrioti della Lucania e del Salernitano. Dalle voci che si diffondevano il Governo ordinò un’inchiesta dando pieni poteri al Generale Gaetano Pastore prima soldato napoleonico e poi accanito borbonico, questi andò ad abitare a palazzo Salzano dove dodici anni prima era stato il famigerato Manhes al servizio di Murat, i due erano accomunati nella conduzione disumana e spietata delle indagini, in data 16 marzo 1823 si riunì una Commissione Militare che operò fino al giorno 24 dello stesso mese (9 giorni). Fu chiamato come uomo di legge il procuratore generale del re presso la Corte Criminale Raffaele d’Alessandro.

Gli imputati furono:

1.     Francesco Monaco di Dipignano (nato nel 1789) fu Bartolomeo e di Orsola Manfredi, proprietario di anni 32;

2.      Giacinto de Iessi di Gaetano e di Irene Giordano (nato nel 1793) di Catanzaro, patrocinatore di anni 30;

3.      Alessio Berardelli di San Mango di Francesco e Giovanna Spagnuolo, di anni 28, proprietario;

4.       Francesco Berardelli di San Mango, di Alessio e Agnese Berardelli, falegname di anni 60;

5.      Domenico Berardelli di San Mango, di Alessio e fu Agnese Berardelli, bracciante di anni 40;

6.      Rosario Berardelli di San Mango, di Paolo e di Agata Sposato, massaro di anni 48;

7.      Antonio Berardelli di San Mango, fu Alessio e fu Agnese Sposato, falegname di anni 26;

8.      Gaspare Sposato di San Mango, di Samuele e della fu Antonia Ferrara, di anni 63 sacerdote;

9.        Antonio Angotti di San Mango, (nato nel 1791), fu Francesco e Teresa, proprietario di anni 32;

10.   Giuseppe Ferrara di San Mango, fu Pasquale e Carmina Fraiacopo, parroco di anni 56;

11.    Francesco Saverio Muraca di San Mango, fu Angelo e fu Teodora Manfredi, medico di anni 61;

12.    Carmine Muraca di San Mango, fu Angelo e fu Giustina Guido, massaro di anni 60;

13.    Raffaele Renda di Catanzaro, fu Antonio e di Maria Giuseppa Cosentino, sarto di anni 27;

14.    Luigi De Pasquale di Catanzaro, di Ignazio e di Maria Antonia Papaleo, studente di legge di anni 24;

15.   Odoardo Marincola di Catanzaro, di Antonio e della fu Teresa Sanseverino, nato nel 1792 proprietario di anni 31;

16.   Cesare Marincola di Catanzaro di Antonio e della fu Teresa Sanseverino nato nel 1789 proprietario di anni 34;

17.   Giovanni Marincola di Catanzaro di Antonio e della fu Teresa Sanseverino nato nel 1801, legale di anni 22.

Dei catanzaresi i fratelli Marincola del ramo Politi (discendenti di Saverio e Gerolama Politi già vedova Rocca – XVII secolo) detti anche Sant’Angelo per l’ubicazione del loro caseggiato nel rione omonimo erano noti per le loro idee. Cesare aveva iniziato ad organizzare la Milizia nazionale in Calabria nel 1821. Erano stati arrestati il 22 gennaio 1823.

Giacinto De Iessi abitava nel palazzotto di fronte a quello degli Scalfaro (oggi di proprietà Vecchio – De Stefani) e con Giovanni aveva modo di confrontarsi frequentemente. Il suo arresto avvenne all’improvviso in un momento di quiete assoluta: gli sbirri entrarono dal giardino di casa e irruppero alla presenza del cognato, avvocato Arcuri, che ne rimase fortemente traumatizzato tanto da abbandonare il lavoro, rinchiudersi in casa e uscirne dopo nove anni in seguito a forti scosse di terremoto. Luigi Pascali, bello come un eroe greco, giovane, di famiglia facoltosa, sognava un futuro splendido con Teresina G., venne arrestato per caso, quando uscito dalla propria dimora di Via Raffaelli, in compagnia dell’amico Giovanni Scalfaro, si avviava verso Fuori le porte per vedere i prodotti esposti dalla Fiera di San Lorenzo (8 agosto). I due avvistati da alcuni gendarmi se la diedero a gambe levate lungo la discesa della Catena. Giovanni riuscì a seminare i segugi, Luigi fu tradito dalla scarpa che si incastrò tra due pietre e venne catturato.

Raffaele Renda nella sua semplicità intellettuale aveva abbracciato con convinzione le idee carbonare, era stato arrestato il mercoledì delle Ceneri travestito da penitente che dispensava cenere, era stato accusato del fallito attentato al generale Pastore al rione Monacaro. Amato per il suo carattere estroverso mastro Rafelino ispirò alcuni versi che il popolino ripeteva con tenero affetto: Povero Rafelino/come sei capitato/per darci la cenere/ti trovi in questo stato.

Il dibattimento del processo fu breve, si ascoltarono 61 testimoni su 88 e non fu necessario il giuramento, i testimoni furono trattenuti nelle carceri perché non venissero influenzati a ritrattare e dire la verità.

Sono andati perduti gli interrogatori tranne due riportati da Cesare Sinopoli: Salvatore C. cafettiere, asseriva di essere stato iscritto alla società il cui capo sezione era Luigi Pascali mentre le altre sezioni erano coordinate da Scalfaro, De Iessi e Veraldi. Gaetano C. beccaio, allungava la lista degli iscritti con altri nomi: Filippo Pucci, Giuseppe Caporale, Gennaro Scarfone, Domenico Ubriatico, Vitaliano Critelli, Giuseppe Martino, Vincenzo Cimino, Antonio Pupo, Salvatore Scorza, Giorgio Caloiero, Raffaele Elia.

Gli incontri si erano tenuti al casino Fiasco dei Marincola o tra gli uliveti di Madonna dei Cieli o alle Baracche. Il giuramento oltre alle parole Filo – Mene – Tebe era accompagnato da un colpo che si doveva dare con la mano tesa sul proprio cappello e ancora da nove toccamenti del dito medio sul polso, l’ultimo accompagnato col piede diritto sul pavimento.

Ai cinque avvocati di difesa, tra i più stimati professionisti del tempo non fu data la possibilità di esporre con dovizia di prove le loro tesi. Giuseppe Marini Serra di Dipignano conosciuto anche a Napoli per la sua persuasiva oratoria, pur considerato filo borbonico, cercò invano di tirar fuori Monaco e i sammanghesi rei di atti non commessi, l’avvocato Gaspare Arcuri apprezzato docente di Diritto criminale nelle scuole universitarie cittadine,  animosamente tentò  di salvare dalla morte il proprio cognato Giacinto De Iessi, suo patrocinatore nello studio legale al quale era legato da profondo affetto. I fratelli Marincola e Pascali furono seguiti da Giuseppe Manfredi, penalista, spesso associato a Giuseppe Poerio nel foro partenopeo e già commilitone di Cesare ed Odoardo nella campagna di Russia al seguito di Napoleone e poi con Murat. I Marincola in quel periodo vivevano il dolore per la tragica morte del giovane zio paterno Saverio ucciso in un agguato dai fratelli De Nobili. Gli imputati erano ancora difesi da Gaetano Franco, uomo serio e probo di idee liberali parente del già citato Varano militante carbonaro e da Pasquale Calcaterra di Dasà dalla ragguardevole carriera. Tutti i difensori miravano a rendere infondato il processo perché basato sulla menzogna. Veraldi e Scalfaro, avvisati in tempo, dati alla latitanza non furono mai processati nonostante apparissero i loro nomi.

La sentenza pronunziata giorno 24 marzo lunedì Santo fu dura e iniqua. Monaco, Pascali, De Iessi, considerati accaniti propagandatori dell’attentato al Regno ebbero la pena capitale. Il primo col terzo grado di pubblico esempio, gli altri due con l’aggiunta di una multa di mille ducati. Renda e Ferrara ventiquattro anni al terzo grado dei ferri, Sposato, Angotti, Carmine Muraca e i cinque Berardelli a diciannove anni sempre al terzo grado dei ferri, con una multa di 500 ducati, il medico Francesco Saverio Muraca la libertà provvisoria. Odoardo Marincola fu graziato con la clausola di risiedere sotto sorveglianza a Napoli e così Cesare dietro una speciale garanzia di 5.000 ducati secondo quanto stabilito dall’Intendente di Catanzaro. Per poter saldare il conto ottenne un prestito dal cugino Carlo che fece un’ipoteca sul fondo Chiattini, nei pressi di Catanzaro Sala. Giovanni fu sorvegliato speciale. Comunque fu discussa dall’opinione pubblica la mitezza della loro pena. I condannati furono portati nelle nuove carceri, quelle di San Giovanni e i padri liguorini furono vicino ai tre che il giorno successivo avrebbero lasciato la vita terrena.

La città era in subbuglio, ovunque gendarmi armati e cannoni. Fu allestita la forca a Porta di Mare per De Iessi e Pascali. Commovente la figura dell’avvocato Pascali, stanco e ormai impotente davanti alle sorti del figlio che pronunciava le ultime parole: Viva l’Italia, lasciò cadere nelle mani del boia un gruzzolo di monete perché la morte fosse men dura, ( sei carlini ).

Per Monaco fu montata la “collettina” nello spazio dove sorge l’Istituto Industriale. Gli erano stati imputati tutti i capi d’accusa, nel periodo della latitanza era stato ospite della famiglia Angotti a San Mango. Maria Antonia Barberio, la moglie, esempio di sublime amore coniugale, afflitta, pur trattenuta in carcere per non aver depositato contro il marito, aveva supplicato De Mattheis in persona perché rendesse meno crudele la pena che aveva provocato al corpo piaghe e infezioni, ma quello di risposta aveva replicato che avrebbe preferito parlare con la figlia sedicenne.

I cadaveri di De Iessi e Pascali furono lasciati fino a sera, uno fu seppellito nella fossa della Chiesa del Rosario in Via XX Settembre, davanti a palazzo Masciari, oggi ricostruito Failla, l’altro nell’Oratorio della Congrega dell’Immacolata sotto l’altare, poi col tempo trasferiti in un loculo del Cimitero cittadino.

Il capo mozzo di Monaco rimase esposto all’inferriata del carcere secondo l’usanza per i ghigliottinati poi ricomposto, il corpo sepolto nella chiesetta dell’ospedale Sant’Agostino (vecchio ospedale).

I catanzaresi vissero la settimana santa con sofferenza e dolore, certi dell’innocenza degli eroi. Il clamore delle due Calabrie giunse fino a Vienna ove si trovava il sovrano Ferdinando I il quale messo alle strette dagli interlocutori inorriditi di quanto accaduto, diede ordine che tutti gli atti fossero revisionati da una Commissione formata dal Presidente Antonio De Blasio (calabrese di Castelvetere, oggi Caulonia) e da due vice presidenti Paternò e Marrano. Il processo era stato retto da calunnie e abusi. La Camera suprema di giustizia di Napoli a camere riunite col numero di 16 votanti procedette a regolare giudizio su De Mattheis, D’Alessandro, De Gattis a altri implicati. Emersero errori, ingiustizie, sevizie, persecuzioni che avevano costretto intere famiglie ad emigrare. Il De Mattheis con alterigia aveva abusato dell’ospitalità, a Rogliano, della famiglia Morelli da dove erano partiti i suoi ordini iniqui. La sua crudeltà nel modo di agire aveva provocato la morte della padrona di casa, straziata dai lamenti dei torturati e la follia di Fortunato, il figlio primogenito della donna. Il Tribunale lo accusò di aver diffamato le popolazioni della Calabria, di avere prodotto e istruito testimoni falsi e false carte, di aver abusato della propria autorità, D’Alessandro fu incolpato di interesse privato nel favorire private vendette e il De Gattis di complicità con De Mattheis.

Michele Orlando veniva assassinato dai mandanti del De Gattis perché si temeva rivelasse l’intrigo. La parte civile veniva difesa da Serra Marini e Badolisani le cui arringhe furono passionali. La sentenza fu data con Francesco I. il De Mattheis, difeso dall’avv. Romano, condannato a 10 anni perché la Corte non era stata unanime, D’Alessandro all’ergastolo, De Gattis inviato ai Tribunali correzionali. Giuseppe Celentani avvocato generale presso la Suprema Corte, aveva chiesto la pena di morte per De Mattheis e D’Alessandro e ancora la prigione per Pastore e i membri della Commissione militare che in realtà furono avanzati di grado.

Intanto salito al trono Ferdinando II col decreto del 29 novembre 1830 condonava a tutti la pena non ancora espiata. De Mattheis si trasferì a Salerno e morì durante un intervento chirurgico alla gola. Agli imputati fu condonata la pena pur rimanendo nelle carceri.

Rimase l’indignazione. E così si “conchiudeva” uno dei momenti più tristi della nostra città che i libri di storia omettono ma che è una pagina elevata di nobili ideali, sofferenze, di morte, i cui protagonisti, fra speranze e sconfitte, hanno inciso profondamente nella formazione della coscienza civile della nazione: il Risorgimento.

Cesare Marincola parteciperà alla Rivoluzione del 1848 e poi sarà latitante. Si presenterà alle carceri di Catanzaro nel 1852 e rimarrà rinchiuso fino al 58. Morirà l’anno successivo.

Giovanni Marincola nel 1848 farà parte del Comitato rivoluzionario e di Salute pubblica, nel 1852 sarà condannato a 25 anni ai ferri e ne sconterà 5. Sarà presidente della Corte di Assise di Potenza.

Giovanni Scalfaro sempre latitante, morirà a Stalettì nel 1852, non gli sarà consentito di essere seppellito nel camposanto, provvederanno col tempo i figli.

                                                                                    

                                                                                     Francesca Rizzari Gregorace

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

·                                                                              C. Sinopoli, S. Pagano, A. Frangipane: La Calabria, a cura di F. Graceffa – Editore Rubbettino – Soveria Mannelli – 2004;

 

·                                                                              Nicola Sinopoli: I Martiri di Catanzaro – Olimpus Editore Dogma, 2008;

 

 

·                                                                              Archivio di Stato di Catanzaro;

 

·                                                                              A. Serravalle: Memorie della Magistratura e del Foro di Catanzaro dal 1809 ai nostri tempi – Tipografia Giannini Napoli – 1885;

 
     
 

  

 
     
 

 

 
     
 

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